Nel Salone Borromini della Biblioteca Vallicelliana giovedì 19 dicembre, alle ore 17.00,  si inaugura una
mostra dedicata al più recente lavoro di Giancarla Frare, “Il Castello di Apice. Mappa del Labirinto”. L’esposizione fa parte del progetto OPERA 00│20 a cura di Paola Paesano.

“Il Castello di Apice. Mappa del Labirinto”. è l’ultimo capitolo di una lunga ricerca dedicata alla mappatura della memoria, questa volta individuale, giacché lo spunto creativo viene suggerito da un favoloso ricordo infantile.
“Ho vissuto cinque anni, tutta la mia infanzia in un recinto antico, dove convivevano tante funzioni e
persone”. Il recinto antico al centro del racconto che, nel 2015, ha valso a Giancarla Frare uno dei
riconoscimenti annualmente assegnati dal premio letterario Lorenzo Montano, è il Castello dell’Ettore
ad Apice, in prossimità di Benevento. Nome tra i più significativi della grafica italiana, la versatile artista ha tratto da quell’omaggio letterario a un’infanzia incantata la sua opera più recente, articolata in
un contesto “che è, insieme, pittorico, grafico, verbale, fotografico e videografico”. La voce narrante del
lavoro non è quella di un critico d’arte, ma di un poeta, Flavio Ermini, autore di un saggio che, come
perfetto contrappunto poetico e filosofico alle immagini messe in campo da Frare, si fonde con esse,
divenendo uno degli elementi costitutivi del ciclo “Il Castello di Apice. Mappa del labirinto”. Ermini è
anche il curatore della mostra che presenterà per la prima volta al pubblico il complesso compendio:
oltre ai testi letterari della pittrice e dal poeta, cinquanta chine e pigmenti naturali su carta, un video e la
colonna sonora che lo accompagna, composta da Massimo Pradella. Quattro anni di lavoro (2015-
2019), perché Giancarla Frare dedica periodi “non di mesi, ma di anni” a realizzare impegnativi progetti
sempre concepiti come variazioni del grande tema attorno al quale la sua ricerca dall’origine si dipana:
la conservazione della memoria attraverso la mappatura di ciò che si vuole sottrarre all’oblio.
La mappa questa volta redatta dalla cartografa della memoria è quella del labirinto di pietra che ha ospitato la sua fanciullezza, il Castello dell’Ettore, fortezza normanna dell’VIII secolo posta a guardia
della riarsa valle del fiume Calore, nella regione del Sannio, in cui il padre dell’artista, capo della
guardia forestale, occupava con la sua famiglia un alloggio di servizio. All’interno degli imponenti
bastioni che ancora conservavano l’antico intrico di sotterranei e gallerie, si svolgeva la vita di una
piccola comunità costituita da quattro famiglie e da sei monache, responsabili dell’asilo destinato a
ospitare ogni giorno, oltre ai piccoli abitanti della rocca, i bambini di Apice, il centro abitato più vicino,
espressione di un mondo esterno del tutto sconosciuto alla piccola reclusa del castello. Non che la cosa
la turbasse, visto che nel magico recinto di pietra la fantasia era libera di spaziare in una illimitata
dimensione sottratta ai vincoli dello spazio e del tempo.
Avverte Flavio Ermini che lo spirito richiesto per accostarsi all’opera labirintica e carpirne i significati
più segreti è quello della bambina: solo chi saprà imitarla, abbandonandosi agli imprevisti percorsi fuor
di logica imposti dal luogo, ai mille incontri, sorprendenti e inaspettati, con le presenze che lo popolano,
capirà che il castello è “luogo del caos primigenio, della confusione magmatica delle origini” che
consente di ritrovarsi “fuori dal tempo cronologico, all’inizio assoluto, nell’instabile culla aurorale
della fanciullezza”. Solo la fiduciosa erranza all’interno di quell’inesplorato territorio di confine
consentirà la scoperta del sé come “soggetto caotico e sconnesso nel quale le contraddizioni si
incontrano, si accavallano e incessantemente si mescolano senza mai risolversi” E da quella scoperta
non sarà atterrito perché è tra la molteplicità delle contraddizioni che si può sperare di arrivare
all’essenza delle cose, all’epifania dell’inveduto.
Quell’epifania che Giancarla Frare, la bambina del castello divenuta adulta, ha continuato a cercare nella
sua arte all’apparenza scabra e minimale eppure densa di contenuto, sempre protesa a mettere in campo
contrasti per analizzarne le rivelatrici dinamiche. Un’arte originale e diversa, che costituisce una ventata
di unicità nel troppo spesso omologato panorama dell’arte contemporanea, propenso però più di quanto
non si creda a premiare il coraggio di una ricerca autentica, svolta all’insegna dell’anticonformismo.
Prova ne sia la costante attenzione che la migliore critica italiana ha dagli esordi riservato ai suoi lavori,
esposti in oltre duecento mostre in Italia, Europa, America, Medio ed Estremo Oriente e acquisiti da
importanti collezioni permanenti di musei pubblici e fondazioni private non solo italiane, giacché il suo
nome ha acquistato negli anni una risonanza internazionale.
Tra le più significative:
Graphishe Sammlung Albertina, Vienna; Museo del Castello Sforzesco, Milano; Museo di Arte
Contemporanea Luigi Pecci, Prato; Istituto Centrale per La Grafica, Roma; Museo di Ca’ Pesaro,
Venezia; Fondazione Bevilacqua La Masa, Venezia; Portland Art Museum, USA; Musei Civici di
Bassano del Grappa, Museo Remondini; Museu Do Douro, Portogallo; Fondazione Umberto
Mastroianni, Arpino; Galleria degli Uffizi Firenze; Museo della Grafica, Palazzo Lanfranchi, Pisa.

 

 

 

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